Giuseppe Alfredo Vivenzio, un ponte che collega Lauro e Siena
Lauro e Siena, lontane circa quattrocento chilometri, e senza alcuna cosa in comune se non la loro anima medievale e il fatto che i loro nomi sono costituiti da cinque lettere.
Eppure, un filo che le lega c’è, una briglia per meglio dire, rossa con qualche punta di verde, e sfumature gialle e viola: Giuseppe, Alfredo Vivenzio.
Giuseppe Alfredo Vivenzio o “Peppinello” come viene soprannominato, nasce a Lauro il 18 giugno del 1939 da Salvatore e Filomena, al civico 12 di Piazza Nobile, evidentemente fucina di talenti.
Figlio di mezzo di dieci fratelli, cresce tra i vicoli di Lauro un ragazzino come tanti, che un giorno sì e l’altro pure accompagna suo padre a lavoro, che lui voglia o no.
Papà Salvatore è il responsabile della scuderia relativa alla caserma del Corpo Forestale dello Stato di Lauro, ed è fra biada e strigliate che suo figlio forgia quella passione per i cavalli, che lo accompagnerà per tutta la vita.
I mesi tra il 1952 e il 1953, sono di grande fermento per Lauro, che diventa per qualche tempo la succursale di Cinecittà, è infatti teatro delle riprese per il film “Il maestro di Don Giovanni”, e troupes, truccatori e costumisti fanno la spola tra Marzano e la stessa Lauro, seguiti da orde di curiosi a caccia dei divi Erroll Flynn e Gina Lollobrigida.
Tra di loro c’è anche Peppinello, che però ha occhi soltanto per i cascatori e i loro cavalli.
Li segue, gli gironzola intorno, ci parla e racconta che insieme al suo Papà è sempre al galoppo, e alla fine ci fa amicizia, guadagnandosi anche una comparsata nel film.
Nel 1955 le primavere lauretane del giovane giungono al termine, salutati amici e parenti si parte alla volta della capitale, Roma.
L’impatto è complesso, trasferirsi da un paesello di poco meno di tremila abitanti ad una metropoli non è facile, soprattutto per una famiglia così numerosa, ma la sua passione è determinante.
Ritrova i suoi amici cascatori, conosciuti sul set del film lauretano, con i quali si era evidentemente tenuto in contatto, e comincia così a lavorare insieme a loro.
Peppinello è nel suo elemento, è felice, così felice che si convince che il cinema e i cavalli saranno il suo lavoro, così dopo qualche tempo si reca a Merano.
All’epoca la città trentina era il passaggio obbligato per chiunque intendesse fare dell’equitazione il proprio mestiere, era praticamente l’università dei fantini.
Lì Peppinello frequenta la Scuola allievi fantini da ostacoli, dell’Ippodromo Maia di Merano, rimanendo in provincia di Bolzano per un anno intero, a strettissimo contatto con il suo gruppo e il suo allenatore, dal quale apprende i rudimenti teorici e pratici della disciplina.
L’anno passa in fretta, ricchissimo di esperienze e soddisfazioni, che faranno sbocciare in lui un desiderio: il Palio di Siena.
Il Palio si corre due volte l’anno: il 2 luglio quello intitolato alla Madonna di Provenzano e il 16 agosto quello alla Madonna Assunta; ha origini antichissime, le prime regole tutt’ora valide, risalgono al 1633, ma con ogni probabilità la manifestazione esisteva già da prima.
Sentitissima dai senesi, la “carriera”, com’è chiamata la corsa, si svolge sul “tufo” la pista che si snoda lungo il perimetro di Piazza del Campo;
lunga 339 metri, i suoi punti salienti sono il punto di partenza detto la “mossa”, la “curva del Casato” e infine, quella “di San Martino” che per via della pendenza è considerata la più pericolosa.
I giri utili sono tre.
Siena si divide in diciassette contrade, dieci delle quali prendono parte alla gara, e il 2 luglio del 1964 al consueto corteo storico pre-gara, c’è un volto nuovo:
l’esordiente Giuseppe Vivenzio, nome di battaglia “Peppinello”.
Il venticinquenne giovanotto, già vincitore del palio di Buti nel ‘63 con i colori della contrada Pievania, è pronto a difendere i colori del Drago in groppa ad Arianna II.
Il giorno della gara fiumi di persone si riversano in piazza, stipati l’uno di fianco all’altro come fiammiferi, urlano, incitano e animano le schermaglie tra frange.
Sulla linea di partenza la tensione è palpabile, i cavalli sbuffano e nitriscono e gli occhi dei fantini sono tutti puntati sul mossiere Wilson Pesciantini, come quelli dei setter sulla preda e … un momento!
Arianna è troppo irrequieta e invade la postazione di un avversario, arriva l’ammonizione. Cavalla e fantino tornano in postazione tre, e con loro anche la concentrazione generale.
Pronti, partenza, giù il canape e via!
Alla mossa Peppinello brucia tutti, già alla curva di San Martino gli altri cominciano ad arrancare e Arianna allunga, tiene loro testa per tutto il secondo giro e alla terza Casato, Peppinello la sollecita con il nerbo e vanno a prendersi la vittoria, sotto gli occhi della capitana del Drago “Kinda” Brandolini d’Adda.
Il nostro Peppinello è sugli allori, vincendo all’esordio tutte le contrade ora gli fanno la corte, e alla fine decide di cedere alle lusinghe dell’Oca.
Mario Bruttini, il capitano Ocaiolo gongola, è convinto di aver messo le mani sul “cavallo vincente”, che però evidentemente doveva essere uno spirito troppo libero, perché poco dopo avviene il giallo!
Prima di ogni palio è prassi per il fantino sostenere cinque prove organizzate in tre giorni, più una generale detta “provaccia”, che si tiene il giorno stesso del palio.
Il fantino irpino sostiene con l’Oca la prima prova, le sue abilità sono indiscusse e la dirigenza biancoverde già si sfrega le mani, ma la sera stessa di Peppinello si perdono le tracce.
Gli ambienti Ocaioli sono pervasi di sgomento e preoccupazione, che ben presto si trasformano in rabbia e frustrazione quando viene a galla, che il giovane talento sul quale avevano puntato, ha disertato per indossare il giubbetto verde-viola della contrada della Torre.
La Torre! I detestati rivali di sempre! Gli Ocaioli non possono crederci, abbandonati a poco più di tre giorni dal palio!
E la storia non è ancora finita: la contrada della Chiocciola ha perso il suo fantino il giorno della provaccia, smarriti chiedono ai loro alleati della Torre il giovane Peppinello come sostituto, che acconsente.
Dopo questo valzer di contrade e giubbetti, il 16 agosto 1964 Giuseppe Vivenzio difende i colori giallo e rosso della Chiocciola.
Il clima che precede il palio dell’Assunta è da Far West, tanto da costringere gli organizzatori a impedire a Peppinello di partecipare al consueto corteo storico per timore di ripercussioni, così il giovane si palesa direttamente alla postazione otto in sella all’esordiente Danubio della Crucca.
Gli Ocaioli sono una miccia pronta ad esplodere, gira voce che abbiano addirittura già aggredito priore e capitano Chiocciolini, Giuseppe però non se ne cura, sa bene che con un’altra vittoria porrebbe fine a qualsiasi mugugno.
Il canape cade e mossa!
Il rumore degli zoccoli esplode sul selciato, cavalli e fantini si mischiano tra di loro in una massa informe e gridante, quando ad un tratto succede l’impensabile:
Umberto Piazzesi il barbaresco dell’Oca, all’altezza dei palchi di Fonte Gaia, sferra un calcio al malcapitato Peppinello, che prova a ritornare in groppa in tutti i modi ma è costretto a lasciarsi cadere già alla prima San Martino.
Per questo gesto Piazzesi subirà una squalifica dai palii di due anni.
Ora la sfida è scampare agli zoccoli dei cavalli e alla rappresaglia degli Ocaioli.
Con un movimento repentino si rimette in piedi e di gran carriera si rifugia a casa della capitana della Torre: la Marchesa Misciattelli, consci entrambi di dover fronteggiare l’orda biancoverde, che però tarda ad arrivare.
Ma dove sono?!
Presto detto, hanno spostato la loro attenzione su qualcos’altro: del parapiglia generale ne ha approfittato il fantino della Torre, “Rondone” Tamburelli, che si è portato in prima posizione, e per loro una sua vittoria sarebbe anche peggio del tradimento.
D’un tratto però dalle retrovie sbuca Danubio, nel palio in realtà è il cavallo che vince la corsa e quindi la Chiocciola è ancora in gara.
Come una furia già nel secondo giro, il grigetto comincia a riguadagnare terreno, fino a concretizzare la rimonta alla terza Casato.
“Rondone” e la sua cavalla Daria sono beffati, Danubio della Crucca si aggiudica il Palio, e Peppinello, seppur da spettatore, è ancora una volta sul gradino più alto del podio!
Danubio della Crucca con i paramenti giallorossi della Contrada dell’Oca.
I più gridano al broglio, sostengono infatti che Danubio non abbia completato tutti e tre i giri previsti.
La bagarre ovviamente diventa una questione di piazza e mentre i chiocciolini si espongono il meno possibile per via dei fatti dei giorni precedenti, scherzo del destino vuole che i più strenui difensori della vittoria siano proprio gli Ocaioli!
Disposti anche a perdonare il cambio di bandiera, piuttosto che vedere la contrada Torre vincere.
Ci vorrà un’attenta valutazione del materiale fotografico e una meticolosa revisione dei nastri, per poter sancire finalmente il vincitore, alla fine dunque la contrada della Chiocciola porta a casa il drappellone.
Per quel palio dell’Assunta, si millanta ancora oggi di diserzione, il nostro Vivenzio però ha sempre strenuamente detto e ripetuto che fu tutto un malinteso e che poi la delusione e la rabbia di quelli dell’Oca, montarono il caso.
Quali furono davvero i “fuoripista” che animarono quella gara del 1963, non lo sapremo mai;
quello che però sappiamo è che i cambi di giubbetto sono molto più frequenti di quanto vollero far credere, ma soprattutto che Giuseppe Vivenzio, al secolo Peppinello, fece “cappotto” all’esordio!
Non una notizia da poco visto che fin dalle origini della kermesse, solo altri ventidue fantini sono riusciti a vincere alla prima apparizione, e soltanto tre alle prime due di fila, facendo oltretutto “cappotto”, ovvero vincendo entrambe le edizioni dello stesso anno.
Partecipò al Palio altre tre volte, senza però riuscire a ripetersi e forse questo ha contribuito a preservare la magia di quel meraviglioso debutto.
A Roma, sua città d’adozione, dopo aver lavorato all’ippodromo di Capannelle, per la scuderia Hermès del cavaliere Alessandro Maria Perrone, si è poi imposto nel cinema, arrivando a costituire una scuderia tutta sua.
Come cascatore e attore a cavallo, partecipa a molte produzioni tra Cinecittà e il resto dello stivale, tra le quali spiccano “Ben-Hur” del 1959, “Monteriano – Dove gli angeli non osano metter piede” del 1991 e “Corri come il vento, Kiko” che nasce nel 1982 da una sua idea, e dove lui stesso collabora al soggetto e alla sceneggiatura, ricoprendo oltretutto il ruolo di organizzatore e consulente per il palio che si svolge nella pellicola.
Giuseppe ci ha lasciati nel 2021 e per tutta la sua vita non ha mai dimenticato Lauro.
Fin quando gli è stato possibile, è tornato ricorrentemente ogni estate e tutte le volte che poteva, per godere della compagnia dei parenti e degli amici, e aggirarsi tra le strade e i vicoli della sua infanzia.
Nacque a Moschiano il 26 marzo 1926 da Sabato ed Evelina Moschiano, primogenito di cinque figli.
Frequentò la locale scuola elementare e conseguì il diploma del triennio ginnasiale a Nola, proseguendo gli studi liceali presso l’Istituto dei Padri Pallottini in Rocca Priora e Roma.
Gli eventi bellici del conflitto mondiale, in specie quelli successivi all’8 settembre del ’43, condussero all’interruzione degli studi alla soglia della seconda classe liceale sino alla decisione del rientro alla casa paterna, all’esito dell’avvento degli alleati con l’arretramento delle truppe tedesche verso il nord.
Narrava del viaggio di suo padre, con mezzi di fortuna, in direzione del Collegio ove andò a riprenderlo. Riprese gli studi nel suo paese avvalendosi di precettori privati, di estrazione curiale e non, ma prevalentemente coltivando gli studi umanistici che sin dalla prima giovinezza lo avevano appassionato.
Grande impatto in detto senso ebbe la figura di “zio Pasquale”, fratello di suo padre, ufficiale postale dell’epoca, uomo versatile e colto, abile violinista e poliglotta, il cui modello lo rese appassionato del “bello”, come spesso ripeteva.
Conseguì, intanto, da privatista (dovendo attendere il raggiungimento dei limiti di età), l’esame di abilitazione magistrale presso l’Istituto Villari di Napoli, narrando con simpatia di essere stato tra i pochi fortunati a rimanere indenne dalla bocciatura nella sessione di giugno; rinviato, invece, a settembre per le sole insufficienza in fisica ed educazione fisica.
Sin dai primi anni cinquanta iniziò la sua attività di insegnamento che proseguì ininterrottamente fino al pensionamento, stabilmente a Nola, ad eccezione di qualche breve parentesi, presso la scuola elementare del circolo didattico “ Tommaso Vitale”.
In tarda età, riprendendo l’antico progetto universitario avviato presso l’Università di Salerno appena diplomato, rimasto incompiuto per le difficoltà logistiche e non solo, il 30 luglio 1987 conseguì la laurea in materie letterarie preso lo stesso ateneo, discutendo una tesi sul “Brigantaggio post-unitario nel Vallo di Lauro”, nell’ambito della disciplina della Storia del Mezzogiorno d’Italia.
Intanto, parallelamente all’insegnamento svolse un’intensa attività giornalistica.
Dal 1951 al 1957 fu corrispondente per Il Giornale di Avellino; dal 1956 al 1964 redattore per la cronaca locale su Il Mattino di Napoli; dal 1974 al 1977 scrisse per l’Avvenire di Milano, il quotidiano cattolico che aveva inglobato La Campana, il periodico della Diocesi di Nola.
Altri contributi si susseguirono nel corso degli anni per altre testate locali. Rammentiamo innanzitutto L’Ora del Vallo, di cui fu fondatore insieme ad Ottavio Colucci e Don Luigi De Riggi. Il periodico, che inizia la sua attività il 12 novembre 1961, conclude la sua prima serie il 23 dicembre 1965; riprendendo la successiva nel marzo 1971 a cura della Pro Vallo, fino al 15 ottobre 1971. Nel 2001 vede la stampa la terza serie, su iniziativa dell’Associazione Pro-Lauro.
La sua collaborazione, inoltre, non manca di completarsi presso il “Segno dei Tempi”, rivista-giornale curata dalle locali Parrocchie di Lauro e Migliano/Pignano e con la stabile partecipazione ad AGORA’, numero annuale a cura della Pro-Lauro iniziato nel dicembre del 2000.
Infine, altri contributi si registrano, nel corso del tempo, con “L’Impegno”, “La Voce della Bassa Irpinia e dell’Agro Nolano”, “Il Meridiano” ed altre, per complessivi 567 articoli fino al dicembre del 2005 (classificati per argomento e custoditi presso l’associazione Pro-Lauro), i quali toccano questioni di cronaca locale, tematiche socio-culturali, anche in forma editoriale, talvolta di taglio politico e spaziando prevalentemente in ambito storico, letterario e poetico.
V’è da segnalare, tuttavia, che l’impegno più significativo offerto dal Nostro ha riguardato la ricerca storica nel territorio del Vallo di Lauro, attraverso la rigorosa verifica delle fonti e la conoscenza del suo patrimonio artistico e monumentale.
Si fa molto prima a rinviarne la conoscenza alla copiosa produzione allegata, non senza notare come la stessa contenga, tra gli altri, contributi poetico-descrittivi ed anche di costume e tradizioni.
In definitiva, potrà dirsi che il Professore, così amabilmente e rispettosamente conosciuto, abbia sprecato ben poco del suo tempo, impiegandolo con viva passione e profonda humanitas nelle cose in cui aveva creduto.
E tra queste, senza dubbio alcuno, l’amore per la propria terra, asceso a senso etico della vita. L’uomo, umile, garbato e rispettoso, si lascia al ricordo di chi ebbe modo di conoscerlo.
Si spense il 2 maggio 2018, con dignitosa e cristiana rassegnazione, novantaduenne, mai lasciando, sino a poco tempo prima, la penna e qualche foglio di fortuna su cui annotò pensieri che gli tennero compagnia.
La comunità del Vallo lo salutò con intenso affetto e riconoscenza, il Municipio di Lauro, che pur lo aveva insignito della cittadinanza benemerita l’1.4.2016, volle intitolargli la strada cittadina, quella che da Fontenovella giunge alla storica Porta di Fellino.
Produzione letteraria
1955 – Un episodio del Brigantaggio a Moschiano, Scuola Tipografica Sordomuti, Bologna 1955.
1971 – Vallo di Lauro e Castello Lancellotti. Breve guida al Castello, Scuola Tipografica Anselmi, Marigliano 1971.
1972 – Il Santuario della Madonna della Carità in Moschiano, Scuola Tipografica Anselmi, Marigliano 1972.
1979 – 1799. Saccheggio e incendio di Lauro, a cura della Pro loco, Lauro 1979.
1985 – Visita ai Quartieri. Fellino, Pro Lauro, Lauro 1985.
1986 – Visita ai Quartieri di Lauro. Preturo, Pro Lauro, Lauro 1986, pp. 7-9. 1988- La terra di Lauro nei secoli. Sintesi storica, in 30° Distretto Scolastico Nola, Didattica e Territorio. Corso di formazione per docenti in servizio. 30 marzo – 8 giugno 1988, pp. 109 – 123.
1989 – Il Brigantaggio postunitario nel Vallo di Lauro, Lauro 1989.
1989 – La Chiesa di Santa Maria della Pietà in Lauro, a cura della Pro Lauro, 1989.
1990 – il Brigantaggio postunitario nel Vallo di Lauro, in Biblioteca diocesana San Paolino, Impegno e Dialogo. Incontri culturali 1989 – 90, Ler Napoli / Roma 1990, pp. 165 – 175.
1990 – Il Brigantaggio postunitario in un rapporto del Generale Pinelli al generale Cialdini sui fatti di Moschiano e di Monteforte del luglio 1861, in Rassegna storica Irpina, 1-2, pp. 431 – 436, Avellino 1990.
1990 – La terra di Lauro nei secoli – sintesi storica, in Rassegna storica Irpina, Avellino 1990.
1991 – Le tradizioni culturali di Lauro ed il magistrato umanista Filippo Lupo, in Rassegna storica Irpina, 3-4 (1991), pp. 299 – 311, Avellino 1991.
1993 – Visita ai quartieri di Lauro. La Vigna, Pro Lauro, Lauro 1993, pp. 15 22.
1994 – Visita ai quartieri di Lauro. Ima, Pro Lauro, Lauro 1994.
1995 – Visita ai quartieri di Lauro. Via Terra, Pro Lauro, Lauro 1995.
1996– Visita ai quartieri di Lauro. Preturo, Pro Lauro, Lauro 1996.
1996 – Lauro: il castello e due cicli pittorici, in “Nola e il suo territorio. Dallafine del medioevo alla fine del XVII secolo. Momenti di storia culturale e artistica” a cura di Tobia R. Toscano, AgerNolanus 1996, pp. 177-193.
1996 – Presenze barocche in Lauro, in “Nola e il suo territorio. Dallafine del medioevo alla fine del XVII secolo. Momenti di storia culturale e artistica” a cura di Tobia R. Toscano, AgerNolanus 1996, pp. 219 – 224.
1996 – Ardimentosi e fieri. Sezione combattenti e reduci, Lauro 1996.
1998 – Lauro e il Vallo nella rivoluzione del1799, in “Nola e il suo territorio. Dal secolo XVII al sec. XIX. Momenti di storia culturale e artistica” a cura di Tobia R. Toscano, AgerNolanus 1998, pp. 431 – 442.
1999 – 1799. Marzano e Lauro nel turbine della rivoluzione del Vallo,ProLauro 1999.
2001 – Castello Lancellotti, Lauro 2001.
2003 – Scherzando con le muse, Lauro 2003.
2003 – Visita ai quartieri. Pignano, Pro Lauro, Lauro 2003.
2004 – Visita ai quartieri. Migliano, Pro Lauro, Lauro Agosto 2004.
2005 – Visita ai Quartieri. Fontenovella, Pro Lauro, Lauro Agosto 2005.
2009 – Pietra per pietra. Lauro tra arte e storia, Pro Lauro, Lauro 2009.
2015 – I sacri monti del vallo di Lauro, Fonte Nova, Lauro 2015.
2016 – I riti della Settimana Santa nel vallo di Lauro, Pro Lauro, Lauro 2015.
Francesco Maria Nappi. Conca della Campania 21.12.1946 – Milano 02.05.2011.
Ognun che ci lascia, per raggiungere il regno celeste, affida la memoria di sé in chi rimane: memoria come retaggio dei propri sentimenti, degli affetti, della propria vita vissuta nella comunità in cui ha operato.
Così l’amico, che pur lasciandoci, può rivivere nella venerazione e nel rispetto di quanti lo amarono.
Come il Prof. Nappi che rivivrà nella ricordanza degli innumerevoli amici che gli riconoscevano tanta stima e simpatia, quale persona distintasi per vari aspetti. In particolare per quel senso dell’amicizia sincera, spontanea, sorridente verso tutti, che era il fondamento della sua personalità democratica, anzi popolare da far presa su persone di cultura, di provenienza e di età diverse.
Garbato conversatore dalle battute pronte ed originali e piacevolmente scherzose. Disinvolto interloquiva con vivacità, con fine ed affabile ironia da rendere il suo discorso riposante, distensivo, sicché il suo carattere ci appariva come ispirato religiosamente alla serenità dell’anima.
Ascoltarlo, dunque, creava quel buon umore incoraggiante, spesso a sgombrar la mente dai pensieri opprimenti, generatori di noia e di malinconia.
Era l’uomo vicino a tutti e con franchezza sapeva coinvolgerci nel contesto umano.
Così spiccava in Lui il significato della “humanitas” sentimento che avvicina gli uomini per comunicare, per meglio comprendersi nel reciproco rispetto.
L’humanitas si associava in Lui anche alla “pietas” cristiana e vorrei qui ricordare quel che un giorno egli scrisse, nel 2004, al giornale l’Ora del Vallo, a riguardo dei cortei funebri che da qualche tempo si scioglievano innanzi alla chiesa e non più all’Arco di Fellino come per tradizione.
Egli scriveva: “… In questo modo si toglie al morto l’ultima possibilità di partecipazione alla vita della comunità”. E si augurava a conclusione dell’articolo “di restituire la possibilità di porgere l’estremo Saluto al concittadino che se ne va per sempre”.
Pensieri splendidi, testimonianza di intensa sensibilità e di vita interiore, connesse a nobili valori umani. Finezza di un’anima colta e di intensa spiritualità, attenta ai più sacri culti, pur nella sua natura scherzosa.
Una simile individualità ottimamente si adattava alla missione di docente presso il Liceo Scientifico di Lauro ove per più anni ha educato e istruito generazioni di giovani con sapienza, sapendone ben penetrare l’anima e i sentimenti.
Per gli alunni non era affatto il professore austero da incutere disagio, ma l’amico che entrato nel loro mondo li ammaestrava sorridendo, in modo che il rapporto docente-alunno fosse di autonomia e non di dipendenza.
La personalità multiforme del Professore risaltava ovunque vi fosse richiamo alla cultura, ov’egli sapeva esprimersi in maniera originale attraverso le sue qualità di presentatore e di trasmettitore di ideali.
Ma soprattutto amava il teatro, specchio della vita e di valori educativi, che tanto appassionava i gruppi giovanili da lui guidati e dai quali veniva acclamato e seguito; tanto influiva il suo comportamento, anzi il suo essere, su di essi! E tanti altri spunti potremmo cogliere dalla sua persona, ma ci fermiamo al concetto della famiglia che riviveva in lui il senso pienamente cristiano: stretti i suoi componenti in una fusione di amorevoli sentimenti, alla cui guida, col senno e col cuore ne segnava Egli il cammino.
Di ben giusto vanto ed orgoglio rivivrà la memoria del loro caro. E noi ti ricordiamo così caro Prof. Nappi, sia pur nel minimo di quanto di te possa ancora dirsi: per i tuoi indimenticabili pregi, per il tuo cortese carattere che ti rendeva amico di tutti, rimarrai tra i nostri ricordi più cari. Lauro, Chiesa del Carmine, 20 maggio 2011.
È trascorso un anno da quel pomeriggio di maggio in cui una moltitudine di amici, commossi, salutò ed applaudì il Prof. Nappi come tante volte lo aveva applaudito in apertura di scena quale appassionato direttore artistico nelle sue rappresentazioni teatrali.
Dicemmo allora che “ognun che ci lascia, affida la memoria di sé in chi rimane”.
E quanta memoria di lui rimane tra noi! Ci pare di risentirlo, di rivederlo quotidianamente, tant’era la sua figura notoria, espansiva, da definirsi un vero personaggio della nostra comunità.
E da tutti reputato per le sue personalissime ed eccellenti peculiarità: di cui il fascino del narratore, la comunicativa del presentatore, la partecipazione affettiva alla vita comunitaria.
Erano queste le immagini più emergenti del suo mondo sentimentale e culturale e che comunicavano simpatia.
E quel sorridere disinvolto, disponibile talvolta in circostanze anche austere, motivava il suo stile “giocoso sul serio”.
Le sue argute battute lo dilettavano dilettando gli altri; trasmettendo il buonumore, fugando amarezze, opponendo fiducia a pessimistiche tendenze.
Con parodiare scherzoso mirava al superamento della noia, all’euforia dello spirito, allo slancio della vita verso un mondo più sereno. Era così dotato di intensa spiritualità che veniva filtrata attraverso un’apparenza appunto giocosa. E fu di quei che riescono facilmente e con tutta naturalezza a radicarsi e restare nell’altrui interiorità. Sicché l’anima del nostro amico non può non gioire al pensiero di rivivere nella nostra memoria.
Dono riservato a chi si pone ai posteri quale modello di virtù, di saggezza, di amicizia, in una parola, di quella “eredità d’affetti” di ispirazione foscoliana che tante generazioni di giovani ha educato al rispetto e alla venerazione della memoria di chi ha reso alla comunità affermazioni mediante intelletto e bontà. Uomini come questi, e forse inconsapevolmente, sono stati i veri educatori della società, perciò meritevoli di ogni riguardo dei loro concittadini.
Educatori senza pretese ai quali non necessitava tanto la cattedra quanto bastante era quel particolare privilegio offerto loro dalla natura. E per non dire poi dei meriti professionali del prof. Nappi! Diverse generazioni di giovani studenti sono stati sapientemente da lui guidati, ed essi si saranno certamente stupiti dal rapporto con il loro docente, tutt’altro che cattedratico, ispirato invece ad un colloquiare amichevole e senza distanze.
Mirato ad armonico ricercare insieme, a favorire quella libertà di dialogo che rende vantaggio alla scuola e maggior profitto al discente, misuratamente svincolato e indipendente da metodologie inadeguate agli alunni d’oggi. Per questi comportamenti liberaleggianti cresceva notoriamente una sincera inclinazione verso il professore.
Amava il paese, dirigendo il suo interesse alle tante cose che esso offriva, alla sua storia, alle tradizioni e non meno alla caratteriologia dei cittadini, visti attraverso felici ed originali intuizioni da cogliere spesso la singolarità scherzosa di particolari tipi.
Come il contenuto del suo testo che rispecchia perfettamente il titolo “Seriamente giocoso” con il linguaggio disinvolto e sicuro, immune da tentennamenti o pregiudizi, e aggiungerei, senza scrupoli o falsi pudori.
È lo stile della sua scrittura di sempre. Di una narrativa piacevole, gustosa che addebita e denuncia. Non umorismo fatto solo per facezia, ma ci sono in esso nobili finalità da cogliere. Stile che si richiama un po’ anche all’antica satira che “castigat ridendo mores”: attraverso modi intelligenti e sottili il nostro Autore interpreta la realtà ponendo spesso in risalto aspetti insoliti.
Così, in assimilazione con lo spirito, rievoca con passione i luoghi della memoria e in essi fa rivivere profili di personaggi dell’infanzia vissuta in Vezzara.
E nei momenti di più intensa emozione non mancano accostamenti poetici e letterari sia pur di sfuggita, così reminiscenze omeriche, un ricordo di Foscolo e Carducci che si adattano la particolare momento dell’anima.
E il suggestivo capitolo su Lauro, nella sua prima apparizione al suo sguardo, che si smarrisce dintorno ammirevole della Natura e dell’Arte; ma qualcosa vi cerca ancora, e vi trova l’Amore, qui serenamente vissuto. Spassosissime figure si succedono di capitolo in capitolo come quelle del periodo della sua leva militare, e gli opportuni rilievi sul senso di Patria.
E quei ritratti di paesani d’ogni dove, ingenui e curiosi che ne combinano d’ogni colore, personaggi che rimangono impressi con i loro caratteristici nomignoli e con le loro avventure da strapaese; così nel capitolo “A ruota libera” quei due amici al Teatro San Carlo; e quel burlone di barbiere dilettante fotografo.
E i profilo di Stucchione, compagno di scuola elementare, immagine dipinta con dovizia di particolari. I rilievi sulla scarsa comunicazione umana determinata oggi dalla prevalenza della televisione.
Infine il raffinato ed elegante capitolo sulla Scuola ove risalta il suo credo e soprattutto l’amore per la nobile istituzione. Poi giunse il momento della Pro Lauro importando in “Lumina in castro” la drammatizzazione storica della vita del castello, di cui fu ideatore e regista gettando così le radici di una affermazione che avrà certamente un giusto seguito.
E ripensando così alla figura del caro Amico, ci accorgiamo, di giorno in giorno, che risulta sempre più piena di valori: di cui un messaggio intenso di umanità, di affezione, di augurale esultanza.
Il tutto sull’onda di una fantasiosa e sorridente Poesia.
Il Venerdì Santo è il giorno della rappresentazione del dolore, della morte e della sepoltura di Cristo. Questo giorno rappresenta per tutta la popolazione di Lauro uno dei momenti più importanti.
Carico di emozioni dell’anno, che tutti grandi e piccoli, aspettano con impazienza.
La mattina ha inizio con le varie processioni dei “Biancovestiti” che si muovono dalle strade di Lauro e degli altri comuni del Vallo.
Si assiste. fin dalle prime ore dell’alba. a cortei di uomini e donne che portano in processione i simboli della Passione di Cristo.
Una croce di di legno con la raffigurazione dei simboli, un’altra croce con un drappo bianco e la scritta INRI.
Le donne con saio e velo marrone, gli uomini con saio e cappuccio bianco intonando insieme i “Canti della Via Crucis.
I Biancovestiti, nel loro peregrinare percorrono tutti i Santi Sepolcri dei Comuni di Pago del Vallo di Lauro, Taurano, Moschiano, Quindici e sue frazioni, e quelli delle frazioni di Lauro.
Ritrovandosi poi sul sagrato della Chiesa del Carmine, nella piazza centrale di Lauro, per l’ultima esibizione canora.
In ogni tappa del loro cammino i Biancovestiti, detti anche “cantori”, dispostisi in cerchio eseguono a gran voce il loro canto struggente, mentre la folla dei fedeli li segue con attenzione.
Mentre i cantori di Lauro eseguono il loro percorso abituale, tutte le altre processioni del Vallo di Lauro, ad esclusione di quella di Marzano e Domicella, convergono nella piazza di Lauro per l’ultima esibizione su un palco, sormontato da tre croci di legno, allestito per l’occasione; qui fino a qualche anno fa si svolgeva addirittura una “gara dei cori”, dove il Parroco di Lauro decretava il gruppo di cantori più bravo assegnando una targa come premio.
Ora, invece, la targa-ricordo viene data a tutte le processioni per l’impegno e la fede testimoniata in questa manifestazione folklorico-culturale.
Le origini di queste processioni, così come le rappresentazioni sacre di natura popolare, sono molto antiche.
Appartengono sicuramente alla cultura tardo-medievale del XIII secolo, quando i crociati, di ritorno dall’Oriente cominciarono a raccontare tutto quello che avevano visto e sentito sulla Vita di Gesù.
Già nel 1582, si ha la presenza a Lauro di una rappresentazione sacra, “La Schiodazione di Cristo”, di cui ci dona testimonianza Scipione II Pignatelli.
Il marchese di Lauro, in una lettera inviata al Cardinale Carafa, arcivescovo di Napoli, chiedeva l’autorizzazione necessaria per la celebrazione di questi riti penitenziali.
La sera del Venerdì, poi, viene organizzata la processione della statua del Cristo Morto, seguito dall’Addolorata, a cui partecipano anche i Biancovestiti ponendosi tra le due statue ed intonando ancora una volta i canti che accompagneranno Gesù nel Sepolcro.
Per testimoniare l’importanza delle processioni e dei canti eseguiti il giorno del Venerdì Santo, si ricorda il Venerdì Santo del 1971, in cui, in occasione delle rappresentazioni corali delle varie processioni che animano il Vallo proprio durante quel giorno, il Principe Don Pietro Lancellotti aprì, per la prima volta, al pubblico il castello.
Fu una manifestazione oltre che commovente anche molto particolare.
Le processioni, giunte nella piazza principale di Lauro, percorsero la salita di pietre bianche verso il castello, qui i cantori, circondati dal caratteristico scenario medievale, intonarono le suggestive note della Passione di Cristo.
La magia del luogo e i melodiosi canti suscitarono nei presenti un’indimenticabile emozione. Probabilmente è a Moschiano che questi canti hanno avuto origine.
Infatti, si ha testimonianza di una pratica eseguita alla fine del 1800, in cui quattro cantori eseguivano, la mattina del Venerdì Santo, dei canti sulla Passione di Cristo: “In tutti i venerdì di Quaresima si fa la Via Crucis con la spiegazione dei Misteri.
Nel venerdì della Settimana Maggiore per i cantoni del paese si fanno diverse prediche sul Cristo morto e sui dolori di Maria visitando processionalmente i Santi Sepolcri”.
I “Canti della Via Crucis” si sarebbero, così, diffusi da Moschiano verso tutti i paesi del Vallo, assumendo di luogo in luogo aspetti diversi, infatti sebbene il testo sia comune a tutti, ci sono delle differenze nella modalità di esecuzione e nella melodia.
Non è possibile, però, definire una data certa di diffusione dei canti nel Vallo di Lauro, in quanto non si trovano informazioni su questo tipo di manifestazioni nei documenti liturgici, infatti questi canti erano ritenuti dalla Chiesa disdicevoli, mentre più tollerante si mostrava il basso clero; date le testimonianze, però, si può supporre che si siano sviluppati a partire dalla fine del 1800 e possono essere accostati, per i loro richiami emotivi di intenso contenuto drammatico, ai lamenti funebri in uso nei rituali della morte di questo secolo.
Quella sera, pochi istanti prima del suo transito, Don Ciro, di ritorno dalla chiesa si avviava verso casa; gioioso, e scherzoso come non mai, ha aggiunto chi era stato con lui in quell’ultimo incontro.
Sorella Morte intanto, che premurosa lo attendeva sulla soglia di casa, non dandogli scampo, gli impediva di entrarvi additandogli invece la Casa eterna del Padre di tutti.
Che non fosse quella gioia rivelazione di misterioso e inconscio presagio di una nuova vita che premia i giusti? E fu la sua vita quella di un uomo perseverante nel bene e nel giusto e che fino all’ultimo compiva i doveri che la sua missione sacerdotale comportava.
Quando scompare un conoscente, a riflettervi su, appaiono alla nostra considerazione, come in una organica sintesi, i vari aspetti della sua persona.
Così Don Ciro ci appare in tutta la sua dimensione umana, con l’alto sentimento di amicizia verso tutti che credo fosse la caratteristica di spicco della sua persona; e che si completava nella viva partecipazione alla vita del paese, alle sue tradizioni storico-civili e religiose e ad ogni altro problema che avesse rilievo nella vita della comunità.
Persona essenziale per quella disponibilità che mai veniva meno allorché si ricorresse a Lui generoso, disinteressato, spontaneo.
Coltivava le molte amicizie le quali riconoscevano in Lui l’essere schietto nei giudizi, deciso nello esprimere le proprie idee, che trovava spesso difficile a trattenersele in animo.
Lo ricordiamo appassionato nel suo discorrere e se pur tante volte polemico, rivelava poi l’esistenza di tanta bontà nel suo intimo.
Fu organizzatore e guida di pellegrinaggi verso luoghi pii come Lourdes, San Giovanni Rotondo che costituirono le tappe annuali per tanti devoti della nostra gente; e spinto in queste organizzazioni da autentico entusiasmo o per meglio dire con quella passione dell’anima ravvivata di tanta spiritualità.
Una figura quella di Don Ciro che si completa poi di altro aspetto cioè l’essere stato Cappellano militare negli anni giovanili: un servizio per la Patria tra i giovani dell’esercito, dell’aeronautica, dei carabinieri per cui pareva avesse acquisito qualcosa del temperamento del militare per i suoi modi di sentire decisi e disciplinati.
Indi terminato il servizio di Cappellano fu sempre disponibile nella cura delle anime e negli uffici di culto nelle parrocchie del nostro Comune.
Un compendio, si direbbe, di valori civili e religiosi quelli che hanno segnato e distinto la vita di Don Ciro la cui religiosità si è rivelata, per gran parte, nel suo vissuto quotidiano operando nel bene tra quanti lo hanno conosciuto.
Quasi un segno, perciò, quell’essere felice nei momenti estremi di quella sera; un segno di chi si appresta a concludere la propria giornata terrena contento di averla spesa nel modo in cui la propria coscienza l’aveva desiderata.
È la coscienza, infatti, che determina quel colloquio interiore dell’anima la quale interroga se stessa, e che ha valore di legge morale.
Ed è così che se ne è andato.
E proprio d’improvviso, quando meno se lo aspettasse.
Evento che tanta commozione e stupore ha generato e lasciato in quanti lo hanno conosciuto che sinceramente toccati nei loro sentimenti gli hanno manifestato tutto il loro sincero affetto.
Quella sera una moltitudine di concittadini seguiva Don Ciro nell’ultimo cammino attraverso il corso di Lauro, il suo paese col quale egli concludeva il suo vivo rapporto di affetto da sempre tenuto.
Seguivano tutti, al suono cadenzato delle note del concerto bandistico, note intense che si elevavano al cielo come appassionata preghiera, come il saluto all’indimenticabile Don Ciro.
Lauro, Chiesa parrocchiale, 9 gennaio 2008.
Don Ciro Bossone, parroco di Lauro, se ne è andato all’età di 69 anni.
Ha iniziato la sua opera parrocchiale a Cinquevie, vicino Palma, per poi intraprendere la carriera militare nell’esercito italiano, a San Giorgio a Cremano, nell’aeronautica, presso la scuola sottufficiali di Caserta, nei carabinieri, alla scuola allievi di Roma.
Lasciato l’esercito, per motivi di salute, è ritornato nel Vallo prima al servizio delle comunità di Pignano e Migliano e poi di Lauro.
(Valence, 13 aprile 1762 – Antibes, 9 gennaio 1800)
Generale francese, protagonista della nascita della Repubblica partenopea e simbolo, nel Vallo di Lauro, della cancellazione della memoria di un popolo.
Iniziò la sua carriera arruolandosi giovanissimo per combattere nel grande assedio di Gibilterra dal 1779 al 1783.
Si mise in luce durante la Rivoluzione francese. Nel 1798 fu nominato comandante in capo dell’Armata di Roma che doveva proteggere la Repubblica Romana dall’esercito del Regno di Napoli e dalla flotta britannica.
Il 5 dicembre 1798 sconfisse l’esercito napoletano a Civita Castellana. Avanzò verso Napoli devastando e saccheggiando.
L’11 gennaio 1799 impose a Sparanise un gravoso armistizio a Francesco Pignatelli vicario di Ferdinando IV di Borbone. Al suo arrivo a Napoli
«fece ingresso magnifico pubblicando editto in questi sensi: Napoletani! Siete liberi. Se voi saprete godere del dono di libertà, la repubblica francese avrà nella felicità vostra largo premio delle sue fatiche, delle morti e della guerra […] provvedendo alla quiete ed alla felicità dei cittadini, svaniscano gli spaventi della ignoranza, calmino il furore del fanatismo».
Al contrario delle attese, il popolo di Napoli e di parte delle province insorse violentemente contro i francesi invasori opponendo una forte resistenza all’avanzata delle truppe.
Championnet riuscì a schiacciare la resistenza. Circa 3.000 popolani furono uccisi negli scontri.
Conquistato il regno, il 23 gennaio, consentì la nascita di una fragile Repubblica. Per la sua intolleranza verso ogni forma di opposizione cadde in disgrazia, fu perfino arrestato il 24 febbraio 1799, e sostituito dal generale Étienne Jacques Joseph Alexandre Macdonald.
Nel mese di aprile del 1799, un gruppo di sostenitori della causa sanfedista si misero ad abbattere gli alberi della libertà nel Vallo di Lauro. Nient’altro che degli alberi, o dei pali, innalzati nelle piazze principali in cima ai quali venivano sistemati i simboli della repubblica.
Oggi siamo abituati a sopportare, senza reagire, oltraggi ben più gravi ai simboli della nostra patria. Allora il gesto fu inteso come un segno preciso di ribellione. Il responsabile dell’abbattimento fu arrestato e fucilato.
Ciò non bastò a fermare le provocazioni di quella parte della popolazione che spingeva per la rivolta.
Allora, il 26 aprile, fu mandato il generale Giuseppe Schipani con una squadra di soldati a cavallo: «ma costui avendo cercato ridurle con l’esortazioni confortare i repubblicani e magnificare i beni della libertà non ne cacciò nulla. Giunto a Palma altro non fè che bruciarvi pomposamente due ritratti del re e della regina».
Allo Schipani, un valoroso, pur se anziano, ex-generale dell’esercito borbonico, che pagherà con la vita l’appoggio dato alla Repubblica, bruciare i simboli degli avversari politici sembrò una ritorsione equilibrata: quadri per alberi. A Lauro, purtroppo, le cose andarono diversamente.
Giunto alla torre di Marzano da cui gli armigeri del feudatario normalmente sorvegliavano il confine, il generale vi trovò un migliaio di persone in armi che sembravano intenzionate a ostacolare l’azione delle truppe repubblicane e, così facendo, agevolare l’avanzata dell’armata del cardinale Ruffo.
La carica che comandò, per disperdere gli insorgenti in armi, provocò la morte di undici persone tra la popolazione di Marzano e nessuno tra i ribelli, che se ne erano fuggiti al primo tiro di schioppo.
La punizione era stata pesante. Forse poteva bastare. Ma per i francesi che portavano le feu sacré de la liberté non fu sufficiente.
Il comandante in capo dell’armata di Napoli, Macdonald, si rivolse risoluto alla Commissione esecutiva:
«Les communes […] où l’arbre de la liberté a été abattu et la cocarde rouge arborée, seront soumise à une contribution extraordinaire et assujetties à une exécution militaire».
Per punire la ribellione, il 30 aprile, fu inviato il generale Championnet alla testa di una colonna composta da più di tremila fanti e cavalieri.
Gli insorgenti, tirarono qualche colpo di archibugio da lontano e poi si diedero alla fuga su per le montagne, seguiti dalla maggior parte della popolazione. I soldati entrarono nel paese e, senza incontrare resistenza alcuna, incendiarono e distrussero tutto ciò che poterono.
Trucidarono anche 17 persone, infermi, storpi, monache, coloro che non avevano potuto o voluto mettersi in salvo.
A sera, le fiamme del castello dei principi Lancellotti, dall’alto del primo sasso, illuminarono tutta la valle: «ardevano tetti, mura, porte, biblioteche, quadreria, mobili, biancheria, bellissimi arazzi, tutto fu ridotto in cenere e lasciato un mucchio di rovine come al dì di oggi. Il più grave danno cagionato dall’incendio fu la perdita dell’archivio, questo conteneva molte carte trasportate ivi da Roma».
Sono le dolenti parole di Donna Giuseppina Massimo, moglie di Ottavio III, riportate nel suo manoscritto Storia della famiglia Lancellotti. Conosciamo l’entità dei danni grazie a un certificato, in carta legale di grani 12 del Regno delle Due Sicilie, conservato nell’archivio del Castello:
«Certifico io sottoscritto, Cancelliere del Comune […] come sotto il dì trenta aprile 1799 (millesettecentonovantanove) dalla truppa francese fu messo ad universal sacco e fuoco questo comune, ove rimasero incendiate cinque chiese, due monasteri, i principali palazzi dell’ex Feudatario, del ridetto comune, e d’altri più cospicui proprietari, e quasi la maggior parte degli edifici. Nello stesso incendio rimasero preda delle fiamme le migliori antiche schede di diversi Regii Notari e gli archivi del Comune, della Parrocchia e del cennato ex feudatario e quasi tutte le scritture e carte che si conservavano nelle private case. Dal che ne fo fede come di atto pubblico e notorio, e consacrato nella Istoria del Regno e di cui ne offrono dolorosa memoria gli infelici avanzi di detti Pii Luoghi ed edifici del Comune, ed ex Barone non più restaurati dalle loro rovine».
Marco Palasciano nei suoi Paralipomeni a Prove tecniche di romanzo storico ha immaginato il momento in cui il principe Lancellotti viene informato dell’incendio:
«il maggiordomo fa toc toc sullo stipite, varca la soglia, porge al principe una lettera su un vassoio (di coccio). Dal paese. Che strano: gli han risposto così presto…? Exit il maggiordomo; il principe si cava dal taschino il pince-nez, se lo sistema, fa sbocciar la carta:
― Buon dio!
― Che dixe?
― È andato in fumo il castello.
― Dio can!
― Tutti i quadri! gli arazzi! i documenti! i libri!… Ahimè, tutti i libri!
― Meno quelli – vuol consolarlo il pedante – rimasti nella vostra casa in Roma.
― Macché! li avevo or ora fatti traslare in paese, per l’umido del Tevere subdolo complice del proliferare di micòfiti e lepismæ saccarinæ, non bastassero gli acari! Oddio mi sento male» .
Di fronte a un trauma personale e collettivo, una tragedia che minacciava di dissolvere l’identità della comunità, scattarono meccanismi di produzione dell’oblio. Alcune vicende furono dimenticate altre manipolate e trasfigurate in una visione eroica. Donna Giuseppina Massimo nella sua Storia scrisse:
«Il castello fu attaccato da’ francesi che venivano respinti con un coraggio di cui parla la storia. Quattrocentoquattordici Francesi vi perirono».
E nell’affresco della sala d’armi del castello, realizzato al tempo della ricostruzione, due paffuti angioletti reggono, tra dense nuvole di fumo, un drappo su cui si legge:
«ARX VIRTUTE INCOLARUM TER REPULSIS INIMICIS TANDEM IGNE DEVORATUR»
cioè, respinti i nemici tre volte per il valore degli abitanti, la rocca, infine viene divorata dalle fiamme.
Il ricordo falsato ugualmente incide negativamente sulla trasmissione della memoria ma non come la repressione militare che in un colpo solo riduce in cenere archivi e biblioteche e azzera il patrimonio storico e artistico di una comunità.
Nella Reggia di Versailles ho trovato un ritratto che immortala Championnet tra i grandi di Francia. Il viso rotondetto incorniciato dai capelli lunghi, gli occhi chiari e tranquilli. Solo le labbra, contratte, come a disapprovare ciò che sta vedendo, increspano la sua bonomia.
Era entrato in Napoli per portare la libertà ma come spesso è accaduto nella storia il desiderio di rinnovamento, la brama di progresso si associano alla negazione e alla cancellazione del passato. Championnet nel 1780 fu nominato comandante in capo dell’Armata delle Alpi.
Un’armata raccogliticcia che fu decimata da un’epidemia di tifo e poi sconfitta a Genola il 4 novembre 1799 dagli austro-russi. Contagiato anche lui, dall’epidemia che aveva falcidiato le sue truppe, morì, accresciuto di gloria ma povero di fortuna, il 9 gennaio del 1800.
Le distruzioni Championnet hanno provocato danni irreparabili alla memoria del Vallo.
Per decenni le rovine annerite dagli incendi hanno testimoniato la perdita irreparabile del passato.
I laurini hanno dovuto aspettare ben 150 anni per poter colmare quel vuoto e riallacciare i fili della memoria cittadina. Verso la metà del Novecento, un giovane Pasquale Moschiano cominciò a spulciare le carte di archivi abbandonati e malridotti.
Coltivava in solitudine la sua passione per la storia e ne insegnava i rudimenti ai suoi piccoli allievi. Nel 1955 pubblicò il suo primo opuscoletto, “Un episodio del Brigantaggio a Moschiano”.
In quel momento non erano disponibili libri sulla storia locale, né vi era una bibliografia che potesse indirizzare le ricerche. Alcune notizie si potevano estrapolare da libri dedicati alla storia di altre città, come il testo del Remondini Della nolana ecclesiastica storia risalente al 1747 o il più recente, diciamo così, testo del Vincenti La contea di Nola, datato 1861.
Moschiano comincio ad occuparsi dei fatti del 1799 in una sua relazione datata 1957: ”Attraverso il Vallo di Lauro, briciole di storia di casa nostra”. Briciole di storia appena, ma bastarono a riaprire uno spazio per la memoria.
La studiosa tedesca Aleida Assmann sostiene che
«la storia di un luogo non finisce con il suo abbandono o con la distruzione; esso conserva i relitti materiali che diventano elementi della narrazione, a loro volta punti di riferimento di una nuova memoria culturale. Questi luoghi necessitano comunque di spiegazioni: il loro valore deve essere attestato anche dalla tradizione orale. La continuità spezzatasi con la conquista, l’abbandono e l’oblio non è riproducibile a posteriori, ma, attraverso la mediazione del ricordo, può essere ricostruita».
La memoria è la possibilità di disporre delle conoscenze passate e sono le persone, siamo noi, attraverso il ricordo, a creare questa possibilità.
Le persone possono rompere l’incanto che tiene prigioniere le cose, portarle alla luce e impedire che cadano per sempre nel nulla. Proust, nelle prime pagine de “La strada di Swann”, descrive un personaggio che, nell’assaporare un pezzetto di madeleine inzuppato nel tè, viene travolto dal flusso dei ricordi e riportato alla sua fanciullezza passata nel paesino di Combray, a un tempo ritenuto ormai perduto:
«quando niente sussiste d’un passato antico, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più tenui ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore, lungo tempo ancora perdurano, come anime, a ricordare, ad attendere, a sperare, sopra la rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile, senza vacillare, l’immenso edificio del ricordo».
Un piccolo episodio, un gesto, possono contribuire a restituirci il passato.
Pasquale Moschiano, con le sue briciole, ha schiuso una possibilità, con i suoi scritti ha iniziato a formare una nuova memoria culturale, capace di riappropriarsi dei momenti della storia passata.
Nella sua lunga e operosa vita ha pubblicato altri libri sui fatti del Novantanove, oltre a cinquecento articoli e numerosi libri e opuscoli su altri argomenti di storia e di cultura locale. E lo ha fatto senza mai smettere di seguire, incoraggiare e sostenere ogni iniziativa culturale dei suoi concittadini.
Lo spazio della memoria che lui ha aperto, nel tempo, ha spinto altre persone a intervenire sull’argomento. Cominciò il sindaco di Lauro Colucci col dedicare una strada ad Agostino Casoria, il frate ucciso dagli insorgenti mentre cercava di mediare con i francesi per ottenere l’indulto per la popolazione;
poi, nel 1977, Brenno Benatti dipinse il murales naif “Incendio al castello Lancellotti”; nel 1986 Ariosto Prudenziano pubblica Il casale di Visciano e la rivoluzione del 1799;
nel 1999, Monica Giunto pubblica la Repubblica diffusa, il 1799 nel Vallo di Lauro e Pino de Maio rappresenta sotto il castello l’opera teatrale “La ballata di Eleonor”;
poi a distanza di tempo arrivano gli articoli di Pasquale Colucci “Le lapidi e la stora”, di Vincenza Schiavone “Il ‘cancelliere’ Casimiro Bonavita”, di Anna Bonavita sul suo avo Casimiro, di Marco Palasciano con i suoi “Paralipomeni lauretani”, di Maria Addeo con “Storia e memoria”, di Francesco Barra con “Il Vallo dopo il 1799”.
Dove prima non c’era nulla, uno spazio vuoto, un buco della memoria, un’assenza di voci, è fiorito nel tempo un ampio articolato e approfondito discorso a più voci. Il tutto scaturito dall’impegno di una persona semplice, normale, un giovane maestro elementare con la passione per la propria terra.
Pure noi che animiamo il progetto wikiVALLOpedia siamo persone semplici, normali, spinte dalla passione per la propria terra per la ricomposizione della memoria delle Comunità del Vallo di Lauro.
Ci sono tanti splendidi monumenti del Rinascimento che sono stati costruiti riutilizzando le pietre dell’Età classica. Per questo motivo abbiamo scelto di recuperare il ricordo delle persone, dei luoghi, delle storie del Vallo di Lauro partendo da Championnet, per ironia della storia, per utilizzare la biografia del personaggio simbolo della distruzione dei monumenti di Lauro come prima pietra per costruire una nuova memoria culturale.